La fabbrica di parole di Luigi Di Ruscio, un italiano in Norvegia

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In uno spasmodico pullulare di romanzi e gialli scandinavi, segnaliamo questo singolare e “ibrido” libro di poesie. Ibrido perché a scriverlo è un italiano trapiantato in Norvegia e scomparso di recente,  Luigi Di Ruscio; singolare perché l’autore era un operaio di fabbrica e non ha mai “reso completamente al mondo” la sua instancabile attività poetica. Sono versi mondo, pur nella semplicità della vita quotidiana che svelano, sono versi operosi nell’indagine sul mondo, sono poesie di un minimalismo esistenziale che porta al lettore i grandi temi di sempre, indagando quella parentesi tra il tutto e il nulla che si chiama vita. Di Ruscio scriveva le sue poesie di sera, al ritorno dal lavoro, con un vecchia Olivetti nel suo appartamento alla periferia di Oslo. Nel leggere i suoi versi sembra di sentire tanto l’eco della macchina da scrivere quanto i rumori della fabbrica dove lavorava. Nel silenzio della sua stanza, mentre i 4 figli e la moglie svedese dormono – Di Ruscio occulta la sua grande cultura in versi di limpida verità e semplicità. Conosce le lingue, traduce le liriche di Ibsen dal norvegese, ha letto tantissimi volumi di filosofia e letteratura, ma non ostenta il suo sapere. La sua indagine lirica è un viaggio nel cuore dell’uomo e delle sue domande, tanto quelle universali quanto quelle banali, della vita di tutti i giorni. E’ un canzoniere ad uso degli abitanti delle nostre città, una bussola per trovare ancora ragioni estetiche nelle nostre metropoli. Per questo, scrive nell’introduzione Massimo Raffaeli: “in ogni poesia di Di Ruscio c’è potenzialmente tutta la sua poesia e la sua intera produzione ha la circolarità di un autentico poema”.

Luigi Di Ruscio
“Poesie scelte, 1953-2010”
Marcos y Marcos editore
Pagg. 320 –euro 20.00